Aggregazione: parola chiave l’ortofrutta italiana

Il comparto ortofrutticolo italiano produce un valore inestimabile in ambito agroalimentare ma non brilla per capacità di aggregazione, aspetto che gli toglie competitività sul mercato internazionale

“L’unione fa la forza” recita un detto vecchio, ma tutt’altro che obsoleto (soprattutto in campo agricolo).

La crisi del comparto zootecnico da latte, per esempio, è in parte riconducibile anche alla scarsa aggregazione tra produttori: gli allevatori “piccoli” hanno costi di produzione che li mettono spesso ai margini della redditività, ma pensiamo anche alla peschicoltura o altre produzioni che, semplicemente, soffrono di situazioni di mercato stagnanti o troppo concorrenziali. Stesso discorso vale per i grandi seminativi, le commodity hanno bisogno di “massa critica” per pesare sui mercati ma anche le produzioni più specializzate non fanno eccezione, anzi.

Per risolvere queste problematiche la cooperazione è da sempre una risposta, ma è solo una delle facce dell’aggregazione: acquisizioni, fusioni, compartecipazioni, reti di impresa, associazioni temporanee di impresa, consorzi, contratti di filiera, ecc. sono tutti strumenti utili per la crescita dimensionale dell’offerta, oggi premiante in tutti i settori agricoli, ortofrutta compresa.

Se è vero infatti che il settore ortofrutticolo occupa un posto di primo piano all’interno del sistema agroalimentare nazionale (vedi anche questo articolo https://hmclause.com/it/ortofrutta-italiana-un-patrimonio-da-far-conoscere-meglio ), è altrettanto vero che dal punto di vista organizzativo presenta diverse lacune. Uno studio di Nomisma del 2015 rivela infatti che il tasso di organizzazione della nostra produzione ortofrutticola in Organizzazioni di Produttori (OP) è debole rispetto a quella dei principali competitor europei.

Soprattutto nell’Europa settentrionale, infatti, la capacità di aggregazione in ambito ortofrutticolo esercitata dalle strutture organizzate è molto elevata: in questa area le OP veicolano e commercializzano la gran parte della produzione ortofrutticola. Nei            paesi mediterranei questa capacità è decisamente più limitata: in Spagna e in Italia solo la metà della produzione nazionale passa dalle OP, con una differenza significativa di organizzazione rispetto alle economie continentali.

Sempre lo stesso studio di Nomisma evidenzia come in Italia sia molto forte la differenza tra il Nord e il Sud: il meridione concentra la maggioranza di strutture organizzate (56% delle OP nel 2014), ma meno produttori aderenti (21% del totale) anche se proprio in questi territori ricadono la gran parte di imprese (e superfici ortofrutticole) che scontano una maggiore polverizzazione. Al nord Italia i numeri sono completamente diversi: il 29% delle OP che aggregano il 73% dei produttori ortofrutticoli italiani aderenti a una OP.

Questa situazione determina ovviamente delle ricadute a livello competitivo: l’Italia si colloca in seconda posizione dietro alla Spagna se si considera il valore della produzione del pomodoro sia fresco sia da industria nonostante primo posto in termini di quantità raccolte. Nella produzione di mele è la Francia il paese in grado di remunerare maggiormente la propria produzione con quasi un miliardo di euro, superando Italia e Polonia che, tuttavia, raccolgono ogni anno rispettivamente 2,2 e 2,8 milioni di tonnellate di mele, contro 1,8 milioni dei cucini d’oltralpe.

Insomma, ci sono ampi margini di miglioramento che permetterebbero al nostro comparto ortofrutticolo di avere una migliore competitività a livello europeo, basti pensare a come un’offerta più aggregata – e quindi più forte anche a livello istituzionale – potrebbe “pesare” a livello di normative fitosanitarie, politica agricola comune, sostegno al consumo di prodotti ortofrutticoli, rispetto delle regole commerciali sui mercati esteri, ecc.

Inoltre una migliore organizzazione della produzione favorisce l’orientamento al mercato delle aziende agricole, sostiene la distribuzione del valore lungo la filiera, può innalzare i livelli qualitativi delle produzioni e le prestazioni ambientali delle imprese e, aspetto forse più importante, permette l’attivazione di strumenti innovativi per la prevenzione e la gestione delle crisi di mercato.

Quello che oggi ancora manca – lamentano le organizzazioni professionali – è un quadro di regole chiare e incentivanti, e non hanno tutti i torti. Uno dei problemi principali in questo senso è legato alla frammentazione delle normative a livello anche regionale che determina diversità di trattamento fra OP, che si trovano a dover gestire quadri procedurali differenziati determinando disparità di trattamento anche fra i produttori agricoli.