Certificazione: opportunità (problematica) per l’ortofrutta

Per operare in determinati mercati le certificazioni volontarie sono praticamente obbligatorie. Per sfruttarne appieno i vantaggi, però, è essenziale conoscerne pregi e difetti

L’evoluzione è un processo inarrestabile in qualunque comparto produttivo e quello ortofrutticolo non fa eccezione. Gli scenari commerciali, caratterizzati da una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati e dall’aumento della competizione estera richiedono agli operatori italiani una maggiore flessibilità nell’azione e una spiccata capacità di lettura degli eventi, mentre, dal punto di vista della domanda, sono cambiati gli stili di vita e dei consumi ed è sempre più pressante la richiesta di prodotti ad alte prestazioni qualitative, spesso rivolte a nuove dimensioni (sicurezza igienico-sanitaria, assenza di allergeni e di ogm, alimenti salutistici, ecc).

Alla luce di questi presupposti le certificazioni volontarie rappresentano una possibile soluzione, a patto di conoscerne pregi e difetti.

Definiamo subito che la “certificazione” prevede che un organismo terzo e indipendente (ente di certificazione) attesti la conformità a una determinata regola o norma di riferimento. In questa norma è contenuto l’oggetto della certificazione, cioè le specifiche relative al prodotto/servizio o al processo/ sistema e la certificazione assicura la loro effettiva messa in atto e la standardizzazione del metodo di controllo (Fonte: Sincert).

Una certificazione può servire a migliorare la relazione tra imprese (business-to-business – B2B), come nel caso degli standard elaborati dalle catene della grande distribuzione o quelle delle imprese nei confronti dei consumatori (business-to-consumer – B2C, che invece fanno riferimento a caratteristiche del prodotto che vengono principalmente indirizzate ai consumatori).

In quest’ultimo caso, la certificazione può essere valorizzata tramite un marchio, che ha la funzione di rendere il prodotto o l’azienda riconoscibili dal consumatore finale.

Facciamo qualche esempio: esistono i marchi di qualità regolamentati (le cui caratteristiche e limiti sono stabiliti da una norma di legge) dei prodotti Dop e Igp (reg. Ce 509/2006) e delle produzioni da agricoltura biologica (reg. Ce 834/2007), ed esistono anche le certificazioni volontarie di prodotto che fanno riferimento a disciplinari tecnici elaborati dalle imprese produttrici o da enti di certificazione.

Questi tipi di certificazione si distinguono sul mercato attraverso marchi apposti sulle confezioni di vendita.

Altri esempi di certificazione volontaria sono rappresentati dai prodotti da produzione integrata «QC» (qualità controllata) o certificati «Ogm free», quelli provenienti da un commercio equo e solidale (ad esempio Fair Trade) o da allevamenti che rispettano il benessere animale.

Inoltre esistono, sempre nel mondo delle certificazioni volontarie di prodotto, quelle pensate dai soggetti “a valle” della filiera di commercializzazione e rivolte ai propri fornitori. È il caso dello standard GlobalGAP, focalizzato sulle buone pratiche agricole e sugli aspetti legati alla sicurezza alimentare, all’igiene e alla sicurezza sul lavoro; il British Retail Consortium (BRC), elaborato dalla grande distribuzione britannica e l’International Food Standard (IFS), introdotto dai distributori tedeschi e francesi, entrambi focalizzati su aspetti di sicurezza e igiene nelle strutture di trasformazione e condizionamento (Fonte: Spadoni e Canavari, 2009). Altro universo è rappresentato dalle ISO (International Standard Organization), che meriterebbero una trattazione approfondita impossibile da fare in questo contesto, ricordiamo solo che con l’ISO la certificazione può avere come oggetto il prodotto ma anche il sistema. Prendiamo ad esempio la norma ISO 22000:2005 (sistema di gestione della sicurezza alimentare) e la ISO 22005:2007 (rintracciabilità delle produzioni e della filiera agroalimentare), entrambe specifiche per il settore agroalimentare (Fonte: iso.org). Altro ambito di cui scriveremo in un prossimo articolo riguarda le certificazioni relative all’impatto ambientale, la cosiddetta “impronta carbonica” (carbon footprint).

Nell’ambito ortofrutticolo una certificazione può migliorare l’efficacia e l’efficienza dei processi produttivi, organizzativi e gestionali e, cosa ancora più importante, facilitare le relazioni di mercato, anche attraverso una qualificazione delle imprese. Inoltre le certificazioni sono una chiave di accesso a gare d’appalto e a contributi pubblici e, infine, possono essere strumenti essenziali per valorizzare sul mercato le produzioni, anche quelle di nicchia.

D’altro canto una certificazione costa, sia a livello economico, sia lavorativo: per aziende strutturalmente deboli le difficoltà in questo senso potrebbero essere invalicabili. Inoltre una certificazione significa anche “carte”: al candidato viene richiesto infatti di rispettare una serie (spesso molto consistente) di requisiti e schemi che vengono ciclicamente sottoposti a verifiche ispettive da parte di Auditor indipendenti. Altro aspetto è che spesso, a fronte di un lavoro imponente per valorizzare un prodotto con una certificazione, non segue un altrettanto efficace lavoro di marketing; il risultato è il proliferare di marchi che sono poco riconosciuti dal consumatore e che perdono quindi il loro senso.

Va sottolineato però che se un’azienda ha intenzione di avventurarsi in un mercato estero, oltre a sfruttare canali di aggregazione della produzione, deve (ormai obbligatoriamente) dotarsi di tutti gli strumenti richiesti e tra questi le certificazioni sono i principali.