Clima e agricoltura italiana

L’attività agricola da sempre è stata caratterizzata dall’incapacità di controllare i fattori produttivi. Oggi grazie al progresso genetico che ha generato nuove e più performanti varietà, al miglioramento delle tecniche colturali grazie all’uso dei concimi chimici e fitofarmaci e non ultimo all’utilizzo di film plastici per le produzioni in coltura protetta si è arrivati ad una sostanziale stabilità delle produzioni agricole. Molto spesso si è riusciti a coltivare in luoghi marginali, basti pensare alla così detta fascia trasformata del sud della Sicilia: da Licata a Pachino, passando per Vittoria e Gela. Luoghi caratterizzati da pianure costiere ma anche da formazioni dunali della tipica macchia mediterranea e che grazie all’attività umana e divenuta la zona di produzione serricola più importante d’Italia.

Malgrado il progresso tecnologico e il conseguente miglioramento delle tecniche produttive i nostri agricoltori lamentano oggi, un incremento del rischio d’impresa causato principalmente dalle mutate condizioni climatiche, Global Warming. Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) negli ultimi 100 anni la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di circa 0,6 °C, in Europa l’incremento medio è stato di 0,8 °C quindi ben al di sopra della media del globo e purtroppo le previsioni non fanno ben sperare.

Risulta molto difficile prevedere gli scenari futuri se non in larga scala, è molto difficile infatti, calcolare l’impatto nelle specifiche aree. Oggi gli effetti di questi mutamenti climatici iniziano a farsi sentire sulle nostre attività, in particolare colpiscono l’agricoltura italiana con la diminuzione della disponibilità idrica e l’aumento delle temperature. Aumentano anche i fenomeni estremi: le famose bombe d’acqua, trombe d’aria ma anche gelate e colpi di calore. Fenomeni che agiscono su scala locale ma che generano delle ingenti perdite nelle produzioni agricole. A questi fenomeni evidenti se ne associano altri meno evidenti ma altrettanto dannosi:

  • aumento dell’erosione e perdita di fertilità del suolo,
  • diminuzione della quantità e della qualità della acqua dolce,
  • insorgenza di nuovi patogeni (virus, batteri, funghi e insetti),
  • insorgenza di nuove infestanti,
  • anticipo del ciclo produttivo delle principali coltivazioni,
  • impossibilità nella programmazione delle produzioni,
  • mancato sincronismo tra domanda e offerta.

Di fronte ad uno scenario tanto problematico è semplice lasciarsi prendere dalla rassegnazione. Tuttavia la storia può fornirci un valido supporto per affrontare questa nuova sfida. L’essere umano ha dovuto affrontare diverse fasi difficili nel corso della sua esistenza superandole con la sua ingegnosità e lo spirito di adattamento, spesso ha trasformato una necessità in una virtù: basti pensare all’irrigazione a goccia ideata dagli israeliani per coltivare anche nel deserto con poca acqua. Oppure, come il comparto serricolo ha affrontato recentemente l’arrivo della minaccia Tuta Absoluta piuttosto che del TYLCV.

Inoltre l’incremento della temperatura potrebbe portare a sviluppare la coltivazione di nuove specie in nuovi continenti, per esempio Mango e Avocado e altre specie tropicali ben si adatterebbero al clima italiano, secondo gli ultimi studi. Difficile anche questo caso prevedere cosa accadrà ma basti pensare che soltanto negli anni settanta è stata introdotta in Italia la coltivazione dell’Actinidia, meglio nota come Kiwi, oggi l’Italia è il primo paese produttore di questo frutto originario della Cina.

Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte nel tentativo di diminuire le immissioni di CO2 nell’atmosfera, causa principale dei mutamenti climatici. Un nuovo slancio soprattutto in termini di investimenti tecnologici è la sfida che tutti gli operatori del mondo agricolo, devono raccogliere, nel tentativo di mitigare l’impatto dei mutamenti climatici per supportare gli agricoltori nelle loro scelte quotidiane, scelte che è bene ricordarcelo tutti influiscono anche nel benessere delle nostre vite.