Orobanche: ospite molto sgradito per il pomodoro

L’Orobanche (Phelipanche ramosa) è un infestante che si è sviluppata molto velocemente negli ultimi anni negli areali del pomodoro ma da alcune prove sperimentali è emerso come le solfoniluree possano rappresentare una valida risposta nel suo contenimento

3_phelipanche-ramosaChi coltiva pomodoro in pieno campo da qualche anno a questa parte la conosce, purtroppo, bene. Stiamo parlando dell’Orobanche, infestante che sta interessando un numero sempre maggiore di areali agricoli, vocati storicamente a questa coltura.

Questa rapida espansione viene senz’altro favorita dalla facilità di diffusione dei semi, di piccolissime dimensioni (inferiori a 0,5 mm), prodotti in notevolissima quantità (da 5.000 fino a 500.000 per pianta) Alla famiglia Orobanchaceae appartengono sia specie autotrofe sia specie parassite il cui metabolismo dipende da un altro organismo vivente, detto ospite. In particolare, fra di esse, quelle che sono caratterizzate della totale assenza di clorofilla e quindi dall’impossibilità di fare fotosintesi, vengono denominate oloparassite. Esse trovano la loro principale diffusione nei Paesi dell’Europa meridionale e in quelli del bacino del Mediterraneo.

In Italia, è possibile riscontrare principalmente la presenza di:

  • Phelipanche ramosa (L.) Pomel, che parassitizza prevalentemente alcune specie della famiglia delle solanacee (pomodoro, tabacco, patata e melanzana), ma anche leguminose, composite, liliacee, crucifere, cucurbitacee e ombrellifere;
  • Orobanche crenata, che vive principalmente a spese delle leguminose.

Phelipanche ramosa, in particolare, vive ai danni della pianta di pomodoro, dalla quale riesce a carpire i prodotti della fotosintesi, l’acqua, i sali minerali e tutti gli elementi nutritivi necessari per la crescita e lo sviluppo (Press et al., 1991). Solo in presenza degli essudati radicali prodotti dalla pianta ospite e con temperature intorno a 20 °C, il minuscolo seme dell’orobanche va incontro a germinazione, con l’emissione della radichetta o tubulo germinativo. È stato ormai assodato che solo in presenza di essudati radicali (strigolattoni) del pomodoro il seme di orobanche inizia la germinazione, che è inoltre favorita da temperature comprese tra 15 e 20 °C (Dhanapal, 1996). Dal punto di vista pratico, invece, il ruolo delle variabili pedoclimatiche e dei diversi aspetti di tecnica colturale non è del tutto chiaro. Le osservazioni di pieno campo raccolte in questi anni sembrano confermare l’idea che gli attacchi di orobanche siano generalmente più frequenti a carico dei trapianti precoci e medio-precoci, rispetto a quelli tardivi. A giustificare, almeno in parte, tale osservazione, si può far ricorso al clima più caldo e secco man mano che avanza la stagione, dato che a temperature superiori a 25 °C il tasso di germinazione dei semi di orobanche si riduce per una sorta di induzione alla dormienza estiva (Song. 2005).

Recenti monitoraggi hanno confermato che l’orobanche del pomodoro è in costante aumento negli areali italiani più vocati al pomodoro: in provincia di Piacenza la presenza è ancora sporadica, nel Parmense l’orobanche è molto più diffusa, soprattutto nelle zone di Collecchio, Corcagnano, Carignano e Vigatto. Probabilmente, questa maggiore incidenza è dovuta alla presenza dell’infestante da più lungo tempo in questo territorio. Nella provincia di Foggia P. ramosa negli ultimi 3-5 anni si è diffusa su una superficie di circa 3.000 ha, con una velocità e aggressività tali da essere considerata un serio rischio per la coltivazione del pomodoro. I danni economici prodotti da questa pianta parassita alle colture orticole foggiane hanno assunto attualmente livelli molto preoccupanti (Daunia Agrinotizie, 2013). È da considerare che l’aumento delle infestazioni in questo parassita è anche frutto di disattenzioni verso un’agricoltura sostenibile in grado di rispettare le risorse del terreno, mantenendola in condizioni di fertilità specialmente nei riguardi della dotazione di sostanza organica.

La difesa chimica più promettente sembra essere quella basata sull’utilizzo delle solfoniluree: stando ai risultati di alcune prove condotte in provincia di Parma nel 2014 hanno evidenziato che la Solfonilurea SS2452 ha garantito un controllo pressoché completo di Phelipanche ramosa, limitando fortemente il numero dei turioni per metro quadro (sempre inferiore a 10).

Ulteriori prove condotte nel 2015 sempre in provincia di Parma hanno evidenziato che il doppio trattamento con solfoniluree (rimsulfuron, già registrato su pomodoro, sulfosulfuron e halosulfuron metile) ha garantito un contenimento dell’infestazione superiore al 70% rispetto al testimone non trattato

 

Foto: Phelipanche ramosa. Fonte: www.actaplantarum.org