Pomodoro da industria: patrimonio nazionale da salvaguardare

La concorrenza estera sta diventando sempre più agguerrita e la nostra filiera fatica a competere sul fronte dei costi di produzione. Meglio puntare sulla qualità e sulla diversificazione dell’offerta, continuando a vigilare sulle importazioni di concentrato.

Nel mondo viene coltivato su quasi 4 milioni e mezzo di ettari e il nostro Paese ne produce mediamente tra i 4 e i 5 milioni di tonnellate all’anno su una superficie di poco inferiore ai 70.000 ettari. Parliamo del pomodoro da industria che, nonostante dinamiche di mercato altalenanti e concorrenza sempre più competitiva, rimane universalmente considerato un vero e proprio tesoro agroalimentare del Made in Italy.

Entrando nel dettaglio della realtà nazionale le superfici si dividono quasi equamente tra Nord Italia e Centro-Sud e a livello produttivo queste ultime producono circa il 54% del totale.

Con il pomodoro da industria è però più corretto parlare di “distretti” produttivi, che concentrano in poche aree molto specializzate la produzione: la sola provincia di Foggia vale il 30% del totale nazionale (principalmente con tipologia a bacca allungata) mentre l’areale Padano (Ferrara, Parma e Piacenza) circa il 34% (principalmente bacca tonda).

Rispetto ad altre coltivazioni generiche, le cosiddette commodity, nel mondo il pomodoro non sono molti i Paesi che lo producono: Stati Uniti (principalmente la California), Cina e Italia riuniscono più del 60% della produzione mondiale, sebbene – in Europa – Spagna e Portogallo stiano diventando player sempre più agguerriti, almeno a livello di produzione (Fonte: World Processing Tomato Council).

Quello che distingue la nostra offerta, infatti, è l’elevato livello qualitativo e la tipologia di prodotto: i produttori più illuminati della filiera nazionale del pomodoro da industria hanno da anni intrapreso una strategia precisa, basata su alta qualità e prodotti differenziati. Battere la concorrenza estera (Cina in primis) sul piano dei costi di produzione è praticamente impossibile, meglio puntare su pelati (comparto che dal 2010 al 2015 ha visto un +206% di export), polpe, cubettati e sughi pronti.

A dimostrare la bontà di questa strategia è il saldo commerciale, che per quanto concerne i derivati del pomodoro nel 2015 ho toccato quota 1,5 miliardi di euro, una cifra di tutto rispetto se calata nella realtà agroalimentare nazionale.

Ma chi sono i nostri principali clienti? La stragrande maggioranza, circa il 66%, sono paesi dell’UE, con Germania e Gran Bretagna in testa, ma negli ultimi 5 anni abbiamo conquistato quote di mercato molto interessanti che negli Usa, in Giappone e in Australia.

A livello dei consumi le previsioni per il pomodoro trasformato sono positive: stando ai dati del World Processing Tomato Council, infatti, dall’attuale media mondiale di 5,4 kg annui pro-capite si arriverà a oltre 7 nel 2050, principalmente per l’aumento della popolazione.

Interessare notare anche come in base alla provenienza geografica il numero sopraccitato vari: la media annua nell’Unione europea e nel Nord America è, infatti, superiore a 20 Kg pro-capite, con l’Italia che spicca con 35 kg, mentre in alcuni paesi del Medio Oriente si superano anche i 25 Kg. In Estremo Oriente, invece, di pomodoro trasformato se ne consuma poco, 2-3 Kg pro-capite.

Ovviamente per proteggere un patrimonio sono necessarie misure efficaci, a ottobre dello scorso anno Coldiretti, su dati Istat, ha denunciato che in soli sei mesi (da gennaio a giugno 2015) le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina ammontavano a 44.000 tonnellate, superando di oltre tre volte il quantitativo importato nell’intera annata 2014. Anicav (Associazione delle industrie conserviere) ha replicato ai dati affermando che il concentrato di provenienza cinese e di altri Paesi extra UE entra in Italia come importazione effettuata in regime doganale favorevole (Tpa). C’è ovviamente da sperare che le cose stiano effettivamente così, effettivamente, sempre secondo dati Istat, dal 2012 al 2014 l’import di concentrato dalla Cina si è ridotto dell’80%, da circa 72.000 tonnellate del 2012 alle 14.000 del 2014.